Comprendere i limiti dell’uomo. Voler spingere le proprie prestazioni fino agli estremi dell’umana sopportazione per compiere un’impresa senza precedenti. Guadagnare una minima porzione di tempo, fosse anche un millesimo di secondo, per aggiudicarsi un primato assoluto, stabilire un nuovo record e forse,chissà, anche per mettere in discussione le leggi inviolabili della fisica, della meccanica o della chimica.

Gli sport “estremi”, particolarmente in voga anche in Italia a partire dagli anni ’90 del XX secolo, hanno come idea portante uno o più dei suddetti principi.

I nomi delle discipline che possono essere inserite nella lista dei cosiddetti “extreme sports” lasciano intuire chiaramente che si tratta di attività in cui l’uomo si mette alla prova sfidando apertamente la natura e i propri stessi limiti. L’individuo impegnato nella pratica di uno sport estremo fa affidamento, infatti, solo ed esclusivamente sulle proprie capacità e mette a repentaglio,ogni volta, la sua incolumità.
Vediamo qualche esempio. Nel “bungee jumping” (probabilmente il più famoso tra gli sport estremi) il praticante si lancia da un luogo posto ad altezza ragguardevole (un ponte o un grattacielo ad esempio) dopo aver assicurato una corda elastica alle proprie caviglie. Il “salto nel vuoto”,di norma non inferiore ai 120 metri di altezza,sembra avere origini molto lontane e alcuni studi indicano che si tratta di una pratica di iniziazione molto diffusa anticamente tra i popoli dell’Isola di Pentecoste. Anche il“base jumping”, analogamente al sopra citato “bungee jumping”, prevede che la persona si lanci da un luogo molto elevato. Chi effettua il lancio però, in questo caso, si serve di un paracadute anziché di una corda elastica per agevolare la fase di atterraggio. Il nome di questo sport (B.A.S.E.) è costituito da un anagramma in cui sono menzionate tutte le possibili alture da cui è possibile lanciarsi durante una sessione di “base”. BASE significa infatti: Buildings (edifici), Antennas (antenne non operative o torri), Span (ponti), Earth (qualsiasi tipo di rilievo “considerevole” presente in natura). Le origini del base jumping risalgono all’inizio del secolo scorso quando il pioniere di questo sport, Frederick Law, si lanciò dalla Statua della Libertà (1912) per valutare l’efficacia del proprio paracadute.
Due nomi vanno menzionati obbligatoriamente quando si parla di questo sport. E sono quelli di: John Carta e Patrick de Gayardon. Il primo,noto anche come Bird Man, quale inventore dei moderni lanci di “base” (sembra addirittura che Oliver Stone abbia preso spunto da alcune performance di Carta per realizzare le sequenze più spettacolari del film Platoon) e il secondo per aver diffuso in tutto il mondo l’idea di “paracadutismo acrobatico” facendone un vero e proprio sport con migliaia di sostenitori in tutto il pianeta (de Gayardon, in particolare, comparì per diverso tempo in qualità di testimonial per una nota azienda produttrice di orologi che realizzò una serie di spot incentrati proprio sui suoi lanci spettacolari).
Sia Carta che de Gayardon, purtroppo, persero la vita prematuramente mentre si accingevano ad effettuare l’ennesimo lancio, nel tentativo di vincere un’altra sfida e azzerare così un ulteriore limite imposto dalla natura all’essere umano.
Il tragico destino occorso ai due paracadutisti ci permette dunque di intuire un ulteriore aspetto che sembra essenziale nella pratica degli sport estremi: il pericolo. Ogni prova deve dunque contenere obbligatoriamente una sfida all’esistenza stessa, un breve “contatto” con la morte che è utile forse ad apprezzare maggiormente la vita non appena esso si sia concluso.
Gli “extreme sports” trovano dunque il loro “campo di gioco” all’interno di elementi naturali notoriamente ostili nei confronti dell’uomo (come nel caso dei “voli” effettuati durante le prove di “bungee/base jumping” appena citate).
Le prove di “Deep Free Diving” , per esempio, si svolgono in acqua e prevedono l’immersione dell’individuo a profondità ragguardevoli per testarne le capacità in condizione di apnea.
I record stabiliti in questa disciplina (oltre 150 metri di profondità) sono incredibili ma, anche in questo caso, non sono infrequenti gli incidenti mortali nel corso delle prove.
L’”Hydrospeed” poi si svolge sempre in acqua e i concorrenti, provvisti di particolari mute in neoprene e caschi protettivi, devono nuotare seguendo la corrente in fiumi resi inospitali dopo lo scioglimento di nevai e ghiacciai nelle montagne circostanti.
La lista degli sport estremi sarebbe ancora lunga e molto ci sarebbe da dire sulle varie prove di arrampicata, rafting, windsurf, canyoning. Sport ancora non molto conosciuti ma la cui popolarità è cresciuta considerevolmente negli ultimi tempi. Basti pensare agli spazi, sempre più consistenti, che i programmi tv dedicati allo sport dedicano agli “estreme sports” come il “rafting” (una disciplina in cui un equipaggio composto da6-8 persone effettua una discesa fluviale a bordo di un robusto gommone,detto,appunto: raft).
Abbiamo già accennato i vari aspetti che sembrano caratterizzare in modo evidente gli sport estremi: il desiderio di superare i propri limiti, la sfida alla morte, la ricerca di un emozione forte e irripetibile.

Per concludere,dunque, e avvicinarci maggiormente allo spirito che accompagna da sempre chi si dedica,anima e corpo,alla pratica di uno sport estremo, può esserci utile quanto detto dal celebre paracadutista Patrick de Gayardon all’apice della sua carriera, qualche anno prima della sua tragica scomparsa:

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